Ugo Van Doorne: (info)
Tutto nel Sì a Gesù
Alcuni mesi fa il Prof. Burgaretta mi regalò il libro “Il
Magnificat di Sarah” e mi pregò gentilmente di voler offrire un mio piccolo
contributo in occasione della presentazione del volume al pubblico. Direi una
bugia, se dicessi che accettai l’invito con entusiasmo. Ma, leggendo il testo,
a misura che andavo avanti, mi si aprì il cuore allo stupore e alla
gratitudine. Mi pare, infatti, che qui c’è la mano di Dio. La storia di un Dio
che cerca la sua creatura e di questa creatura che cerca appassionatamente il
suo Dio. Non una piacevole passeggiata a due, ma un duro combattimento. E Dio
ha prevalso, e la creatura ci ha guadagnato in grandezza e bellezza. Ha creduto
e soprattutto ha ceduto all’Amore di questo Dio e si è lasciata trasformare
pian piano in Amore, solo Amore. Ecco cosa scrive Sarah nel diario: “Signore, tu sei amante della vita”.
Amore, nient’altro che Amore. Amore, amore, amore. Gesù, potrò mai esserlo io?
Sono egoismo, orgoglio, ambizione, non Amore. Lo cerco l’Amore e poi scappo. Ho
paura, Gesù, lo capisco solo ora, paura di compromettermi per te, per Amore.
Paura di rimanere delusa, di esser vinta, sconfitta, battuta. Ma come potrei
rimanere delusa dall’Amore, se esso è l’unica vera legge del mondo? (2 agosto ’89). Quando scrisse
queste parole Sarah aveva solo sedici anni! Non ho mai incontrato personalmente
questa giovane. Ciò che ne so, lo so dunque unicamente dalla lettura del suo
diario. Non c’è dubbio, è un testo che si presta a parecchie riflessioni e considerazioni.
Io mi limiterò solo ad alcuni aspetti particolari di questa avventura
spirituale. Vorrei dividere in quattro punti le mie considerazioni.
Primo: La fisionomia umana e spirituale di Sarah.
Leggendo le pagine del diario, si resta colpiti dalla franchezza e dalla sincerità con le quali questa adolescente guarda dentro sé stessa e guarda attorno a sé. Non è una “santina” dalla nascita. E lei lo sa! È spietata nell’individuare ed elencare tutti i suoi difetti, limiti, fragilità, debolezze e cadute. Da quello che si può rilevare dal testo si evince che era una ragazza normalissima: Ha attraversato dubbi, paure, incertezze, confusioni, problemi e delusioni come tutte le altre ragazze della sua età. Ha condiviso con loro anche progetti e sogni. Normalissima per un verso, Sarah però si rivela diversissima per un altro verso. La spensieratezza, così abituale a questa età, non sembra essere stata di casa nella sua anima. Con un gioco di parole vorrei dire che era “prematuramente matura” tanto sul piano umano quanto su quello della fede. È una ragazza che sente il bisogno di riflettere, di interrogarsi, di pensare sui grandi temi della vita. Non vuole vivere superficialmente. Vuole abbandonare – dice – il "caterno", le sciocchezze inutili e stupide, in cui ogni tanto si dibatte. Vuole alzarsi dalla pozzanghera fangosa, per elevarsi alla limpida fonte di Dio (30 dicembre ’88); vivere con Cristo, per Cristo, in Cristo, è questo – scrive – lo scopo della mia vita, l’idea, il fine che devo realizzare. E voglio riuscirci…(25 settembre ’88). Non si lascia scoraggiare dalle sue debolezze. È sicura non di sé ma dell’Amore di Dio. È Lui che la sorregge, la rende forte, tenace, perseverante. Capisce che senza Gesù, per quanto ci sforziamo e impegniamo, non riusciamo mai a raggiungere lo scopo prefissato. E, per quanto siano buone le nostre intenzioni, se esse non saranno guidate dalla persona di Gesù, si risolveranno sempre in nulla, in delusioni amare (29 dicembre ’88), così scrive. Al termine dell’anno ’88 ecco come conclude il suo resoconto: La vita ci è data per trovare Dio, e Dio lo troviamo attraverso la nostra povertà vissuta, sperimentata, sofferta. Non esiste malattia, peccato, debolezze, difficoltà che non possano essere superati e vinti dall’alleanza perfetta: Dio più uomo. Ci vuole solo coraggio e molta fede (30 dicembre ’88). Mi pare che le ultime parole: perfetta alleanza: Dio più uomo, coraggio e molta fede designano alla perfezione la sua statura umana e spirituale.
Secondo: Il
suo rapporto con Gesù.
Qui si tocca la nota caratteristica del cammino di fede
di Sarah. Nota caratteristica che poi, in fondo, dovrebbe essere per ogni
cristiano l’autentico elemento decisivo e specificante. Tutto il diario si
presenta sotto forma di un intenso dialogo con Gesù. Tranne all’inizio, quando
la giovinetta si rivolge al suo “caro diario”, per tutto il seguito le
riflessioni e i pensieri sono indirizzati direttamente a Gesù. Cambia il
confidente, da “Caro Diario”
diventa ormai: “Caro Gesù, Caro Amore mio, Amore mio dolcissimo”. Non più un
foglio di carta col quale …confidarsi, ma un amico vivo, Gesù. E per davvero
con Lui dialoga in assoluta libertà e semplicità, e spesse volte i colloqui con
Gesù arrivano a sfiorare livelli veramente mistici. Le sue annotazioni sono
disseminate da suppliche, per avere sempre Gesù vicino, e non solo vicino ma
“dentro di sé”. È una continua ricerca di unione e di conformità. Per Sarah,
infatti, vivere senza Gesù è “non vita”, “angosciante, opprimente, quasi
morte”. A lei non basta vivere per un “perché”, vuole vivere per un per “Chi”,
per l’appunto Gesù. Non siamo però in presenza di sentimentalismo a buon
mercato, come qualcuno potrebbe pensare. Tutta la sua esperienza ci fa vedere
che non abbiamo a che fare con evasione, fuga dalla dura realtà, o con ricerca
di illusoria consolazione per le ferite della vita. Amo la vita –
scrive – perché amo te, Gesù. Aiutami a
svuotarmi, per aprirmi alla Luce vera…che io riesca a dimenticare me stessa,
per annullarmi in te…facendo di me il mezzo col quale realizzare la tua Volontà
e i tuoi progetti (16 dicembre’88). Questo non è certo
linguaggio di intimismo e sentimentalismo. Il Gesù che Sarah cerca non è un
Gesù che l’allontana dalla dura realtà del vivere, che la tiene “preservata” in
recinti sacri e ambienti di uguali. Questa giovane non evade, non fugge verso
situazioni ideali o irreali. Non vedo mai nel diario che essa si lamenta di non
essere andata a messa o di non aver potuto dire le sue preghiere o soddisfare
altri suoi bisogni spirituali. Invece, senza vergogna, rivela tutto ciò che
riconosce non essere conforme in lei allo spirito di Gesù nei suoi rapporti con
gli altri. È prevalso il mio egoismo – scrive – e
la ossessività, l’orgoglio, dimenticandomi interamente di Te, Amore mio. Libera
il mio cuore da sciocchezze inutili, aprendolo infinitamente agli altri. Sempre molto concreta e realista nel concepire la sua
vita cristiana, precisa “chi” sono questi “altri”: … non sono solo gli sconosciuti, che ci capiterà di
incontrare per strada, così per caso. Gli
altri – scrive – sono soprattutto coloro che ci stanno
attorno. Sono la madre stanca e affaticata, il padre burbero e solitario, il
fratello dispettoso e arrogante. Amarli non per dovere, non perché ti hanno
detto di fare così…ma perché sono tuoi fratelli e hanno bisogno di affetto… (21 dicembre ’88).
Terzo: La
pratica sacramentale di Sarah.
A dire la verità, della sua pratica sacramentale Sarah
non parla quasi mai. Né della sua vita di preghiera. Stessa discrezione e
riservatezza per ciò che riguarda le varie attività parrocchiali o iniziative
religiose e formative. Come spiegare un tale atteggiamento, se si considera che
le persone pie facilmente hanno tendenza a fare la contabilità delle loro
devozioni, delle Messe, delle comunioni, delle preghiere, e dal canto loro le
persone impegnate volentieri si compiacciono di esibire un’agenda zeppa di
appuntamenti e cose da fare? Niente di tutto ciò si registra nel diario di
Sarah. Rarissime volte accenna alla Messa, una volta alla confessione. Per ciò
che riguarda la sua partecipazione alle varie attività o iniziative formative
si limita a poche scarne affermazioni. Niente di più. Ciò mi pare significativo
e indicativo del suo orientamento di fondo. Sarah punta in tutto
all’essenziale, va diritto al sodo, a ciò che veramente conta: la vita di
unione con Gesù. È interessante a questo
proposito leggere ciò che scrive, dopo aver partecipato a una celebrazione
eucaristica: …è stato stupendo, – dice – non
avevo mai partecipato a una messa così bella, così ricca. Ma attenzione a come prosegue, perché lì si trova ciò che
a lei per davvero interessa. Bella, ricca questa messa, non per i bei canti, la
musica, i ritmi, le danze, la bella predica, il bravo sacerdote ma perché – specifica
– tu eri nelle mie mani e poi io sono
stata parte integrante del tuo corpo, sono carne della tua carne, sangue del
tuo sangue… Stessa essenzialità per ciò che
riguarda la sua partecipazione a ritiri, campi scuola e vocazionali. Se decide
di parteciparvi, è perché afferma: Credo…
di potere incontrarvi di nuovo Gesù, d’aver un cuore più disponibile, di
sentire Gesù più vicino,
addirittura di sentirsi dentro di Lui, d’avere un rapporto più intimo con Lui
(9 aprile ’89 – 22 aprile ’89). Non per altro! Tutto il resto è solo contorno,
è relativo. Per lei, come per S. Giovanni Crisostomo, celebrazioni, adunanze,
preghiere sono semplicemente “una palestra”. Nella palestra si impara, ci si
prepara per ciò che si vuole realizzare nella gara. Così per Sarah: ricevere i
sacramenti, i segni della grazia di Dio, ascoltare la sua parola comporta il
voler diventare, a nostra volta, sacramento, segno della grazia di Dio, vivendo
in modo tale che gli altri possano incontrare in noi e attraverso di noi la
bontà, la tenerezza, la pazienza, la misericordia, il perdono, l’amore di Dio
lungo le strade della loro vita. È nei rapporti esteriori che si deve
manifestare ciò che si è ricevuto e imparato nelle celebrazioni, come l’atleta
mostra nella gara ciò per cui si è esercitato nella palestra. Sarah in un suo
appunto è molto esplicita a questo riguardo: Io
ho dei doveri – scrive – nei
confronti dei miei nemici e amici…ho il dovere di dimostrare loro che il
cristiano non è solo colui che partecipa alla messa domenicale…o frequenta
assiduamente i gruppi di catechesi, bensì colui che è sempre pronto a
perdonare, a curarsi degli altri, colui che dà senza pretendere di ricevere,
colui che ama gratuitamente… (
28 dicembre ’88).
Quarto: Sì,
Padre.
Penso che molti si aspetterebbero da una giovane come
Sarah di sentirla parlare di una eventuale sua chiamata a una vocazione
speciale, religiosa, consacrata o addirittura claustrale. Invece dal diario non
risulta assolutamente nulla del genere, neanche un minimo accenno in tal senso.
E ciò, nonostante parli della santità e della perfezione della vita cristiana.
Per lei questi traguardi non sono privilegio di certe categorie di persone o di
stati di vita particolari. Sono logica conseguenza ed esigenza del battesimo. Tutti –
dice – siamo chiamati alla santità, sta a
noi impegnarci adeguatamente. Non
dipende da regole, leggi, osservanze, pratiche prestabilite, per lei è
realizzata in una dura lotta contro sé stessa nello scorrere dei giorni, così
spesso segnati da dolorose e amare sorprese. Lotto
contro me stessa – confessa Sarah in una pagina
bellissima del diario – perché
non riesco ad averti, Gesù, ad abbracciare il mondo intero in te… non vedo più
il tuo volto accanto al mio…Ti voglio, Gesù, Ti voglio qui al mio fianco…Ti
voglio tanto bene, Amore mio, tanto bene… (23
febbraio ’90). Sembra il sospiro mistico di una suora di clausura, invece è lo
sfogo pieno d’amore di una giovane tutta normale. Del resto perché Gesù
dovrebbe essere amato di meno da un laico cristiano rispetto a una suora
di clausura? È di una santità “secolarizzata” che Sarah è protagonista.
“Secolarizzata” non nel senso di più facile, “a poco prezzo”, più comodo, ma
nel senso di una santità che, per realizzarsi, fa uso della vita comune,
normale di ogni giorno. È la vita di tutti i giorni del secolo presente, che si
apre alla dimensione del secolo futuro, quello di Dio. È il non fermarsi alle
apparenze e all’immediato, ma vedere nella vita un disegno misterioso, vedervi
nascosto un disegno di Amore. Potremmo dire che è, in ultima istanza, vivere tutta
quanta la vita all’insegna del “Sì, Padre. Tutto è grazia”. È questo “Sì” che
Sarah ha detto. Che non poteva non dire, se per davvero si riconosceva
“innamorata” di Gesù. Perché Gesù non è altro, in tutto il suo essere e il suo
operare, che “Sì, Padre”. Allora Sarah non poteva esser altro che “Sì, Padre”.
Al di qua di questo “Sì” non c’è vera santità. Si resta ancora in territorio
pagano: di schiavitù e di morte, non di libertà, di Terra Promessa, di vita
cristiana, di resurrezione. Questo “Sì” le ha fatto superare i limiti della sua
logica, che voleva capire e vedere (22 gennaio ’92). Questo “Sì” le ha fatto
vincere i suoi propri voleri e desideri, per dire: Sono pronta. Fa’ di me ciò che Tu vuoi (24 gennaio ’92). È bellissima l’immagine che Sarah usa,
per descrivere questo processo di santità “secolarizzata”: Lasciarsi spogliare delle abitudini umane, per indossare
le vesti di Dio. Prima di concludere, vorrei cercare
di “inquadrare” velocemente
l’esperienza di Sarah nell’attualità ecclesiale. Di fronte alla difficoltà di
comunicare con il mondo e la società la chiesa sente la necessità di una
profonda verifica. Cerca nuove vie, nuovi metodi, nuovi programmi pastorali.
Nel documento Nuovo millennio ineunte c’è
un passo significativo al riguardo. Scrive Giovanni Paolo II: Non una formula ci salverà ma una persona e la certezza
che sessa ci infonde: “Io sono con voi”. Non si tratta – continua il testo – di
inventare un nuovo programma. Il
programma c’è già e si incentra in Cristo stesso da conoscere, amare, imitare,
per vivere in Lui la vita trinitaria e trasformare con Lui la storia (n. 29).
Mi pare che l’esperienza di Sarah, come ho cercato di mettere in luce per
alcuni suoi aspetti particolari, è in perfetta sintonia con il pensiero del
Pontefice. Tutta la breve esistenza di questa giovane è stata una intensa
ricerca di Gesù, per essere da Lui trasformata e diventare così trasparenza
dell’Amore di Dio. A proposito della nuova evangelizzazione il Papa ha
sottolineato che è prima di tutto il cuore dell’evangelizzazione che ha bisogno
di essere “rievangelizzato”. Infatti è un grave errore e una grossa illusione
pensare che si è cristiani “una volta per sempre”. Kierkegaard lo diceva: Cristiani non lo si è mai. Si deve sempre diventarlo. È il cuore che va sempre “controllato”. “La mente
pagana”, per dirlo con Sarah, è sempre in agguato e ci corrode dentro,
allontanandoci dall’autentico spirito evangelico e dalla Pace di Cristo (22
gennaio ’92). Non basta la circoncisione della carne, ci vuole quella, ben più
impegnativa, del cuore. Ci vuole, come dice S. Agostino, la veste nuziale della carità, che sgorga da un cuore
puro, da una buona coscienza e da una fede sicura. È meglio essere cristiani e non dirlo che dirlo e non
esserlo. Ed esserlo non è soltanto questione di parole e opere, ma questione
del cuore, del cuore nuovo e dello spirito nuovo. Allora, se di verifica c’è
bisogno, è lo stato di salute del cuore che va verificato. Concretamente
chi è Gesù per noi? Qual è il nostro rapporto con Lui? Conosciamo la gioia
della sua amicizia, la gratitudine per il dono che è Lui? Conosciamo quella
pace e serenità che nulla può turbare, perché sappiamo di esser in Lui e con
Lui “una cosa sola”? Lui che ha già visto il mondo con tutto il suo male?
Sarah, nonostante tutto, viveva sempre in rendimento di grazia. Serenità,
gioia, grazie sono le parole che di continuo troviamo nelle sue pagine. Ma la
grazia delle grazie che la sosteneva nel dire sempre e ovunque grazie era Gesù,
la sua amicizia con Lui. Tutto il resto è semplicemente un sovrappiù. Chi ha Cristo ha tutto, anche se non ha nulla. Chi ha
tutto non ha Cristo, non ha nulla, pur avendo tutto. Perché in Lui abita
corporalmente tutta la pienezza della cristianità (U. Van Doorne, Frammenti
di pane, p. 243). “Ripartire da Cristo”,
“riscoprire Cristo lungo le nostre strade”, “primato di Dio”, “Cristo totale”
sono “titoli” che siamo ormai abituati a leggere e a sentire nel nostro
ambiente ecclesiale. Nel diario di Sarah non ho incontrato nessuna di queste
formulazioni. Vi ho incontrato però, senza ombra di dubbio, la sostanza, il
vissuto, un bellissimo esempio che può esserci di sprone per una verifica del
nostro essere e agire da cristiani. Con S. Ignazio d’Antiochia Sarah ci ricorda
che “fuori di Gesù non conviene respirare nemmeno una volta soltanto”. Fuori di Gesù, respiro del nostro respiro, vita della
nostra vita, tutta la nostra esistenza terrena non è che una lunga, penosa
gestazione che finisce…male. Due mani piene di fatica, per partorire alla fine
solo vento (Frammenti
cit., p. 276). Concludendo, vorrei
lasciare un consiglio. Eccolo: Ogni sera, prima di terminare la giornata, fate
silenzio, per dieci minuti, un quarto d’ora. Entrate nella camera privata del
vostro cuore, chiudete bene la porta a tutto e a tutti e a voi stessi con tutte
le vostre preoccupazioni. Lasciate spazio solo a Gesù. La sua presenza redime tutto, santifica tutto, glorifica tutto, pacifica
tutto (Frammenti, cit., p. 160). Sopra ogni cosa sempre il nome di Gesù,
perché il nome di Gesù è al di sopra di ogni altro nome. Giustamente la chiesa
canta nella sua liturgia: Jesu,
dulcis memoria, dans vera cordi gaudia, sed super mel et omnia eius dulcis
presentiam. È di questa dolce presenza che
testimonia l’esperienza di Sarah. È questa dolce presenza che conduce l’uomo
“in sinum Patris”. E oltre nessun uomo può andare. È là che Sarah continua a
dire il suo “grazie”, e che noi, un giorno, con tutti i santi diremo
eternamente “grazie” a Dio, Padre, Figlio, Spirito Santo, mistero di infinito
amore.